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Milan, la lezione di Fonseca: perché Amorim può evitare gli errori

Le recenti dichiarazioni di Paulo Fonseca hanno riacceso il dibattito sul suo breve e tormentato periodo alla guida del Milan. Mentre il club rossonero è concentrato sull’inizio dell’era Ruben Amorim, l’ex allenatore portoghese ha raccontato la propria esperienza, evidenziando aspetti che, a suo giudizio, ne hanno compromesso il progetto. Le sue parole offrono anche uno spunto per capire perché il Milan stia cercando di costruire condizioni molto diverse attorno al nuovo tecnico.

Fonseca: “Mi avevano chiesto di cambiare il Milan”

Nell’intervista concessa a SportWeek, Fonseca ha spiegato quale fosse la missione affidatagli al momento dell’arrivo a Milanello.

Secondo il tecnico portoghese, la società gli aveva chiesto di trasformare profondamente l’identità della squadra, rendendola dominante attraverso il possesso palla e un calcio offensivo giocato stabilmente nella metà campo avversaria.

Fonseca ha ribadito di aver condiviso pienamente quella visione, sottolineando però come un cambiamento così radicale richieda tempo, soprattutto in un campionato complesso come la Serie A.

L’ex allenatore rossonero si è detto convinto che il percorso fosse quello giusto, arrivando ad affermare che il Milan non abbia più espresso la stessa qualità di gioco mostrata durante la sua gestione.

Il rammarico per il mancato sostegno della società

Tra i passaggi che hanno fatto maggiormente discutere c’è anche il riferimento al diverso trattamento ricevuto rispetto a Ruben Amorim.

Fonseca ha ricordato come, al suo arrivo, non ci fosse alcun dirigente ad accoglierlo, mentre Cardinale ha voluto essere presente personalmente per dare il benvenuto al nuovo allenatore.

Un dettaglio simbolico che, secondo il tecnico, rappresenta il diverso livello di supporto ricevuto durante la sua esperienza.

Una stagione tra grandi imprese e pesanti delusioni

L’avventura di Fonseca al Milan è durata appena 24 partite, ma è stata caratterizzata da continui alti e bassi.

L’inizio fu complicato, con un solo punto conquistato nelle prime tre giornate di Serie A e una serie di risultati negativi contro Liverpool, Fiorentina, Napoli e Atalanta che portarono progressivamente all’esonero del 29 dicembre, quando il Milan occupava l’ottavo posto in classifica.

Eppure non sono mancati momenti esaltanti.

Tra questi spiccano il derby vinto contro l’Inter, le larghe vittorie contro Venezia, Lecce ed Empoli e soprattutto il memorabile successo per 3-1 al Santiago Bernabéu contro il Real Madrid, una delle prestazioni più convincenti del Milan degli ultimi anni.

Il problema della continuità

Proprio dopo la vittoria sul Real Madrid emerse quello che Fonseca considerava il principale limite della squadra.

Alla vigilia della trasferta contro il Cagliari, il tecnico spiegò come fosse più preoccupato per una gara contro una squadra impegnata nella lotta salvezza che per una sfida contro i campioni d’Europa.

Secondo Fonseca, i giocatori trovavano naturalmente motivazioni extra nelle grandi partite, mentre faticavano a mantenere la stessa concentrazione negli incontri sulla carta più abbordabili.

La previsione si rivelò esatta: il Milan pareggiò 3-3 contro il Cagliari dopo essersi fatto rimontare, confermando una discontinuità che avrebbe accompagnato tutta la stagione.

Un mercato che non ha aiutato il progetto

Nell’analisi del fallimento pesa anche la costruzione della rosa.

Il progetto tecnico di Fonseca richiedeva calciatori particolarmente adatti a un calcio di possesso e ad alto tasso tecnico, ma gli innesti dell’estate non riuscirono ad alzare il livello come sperato.

Emerson Royal, Alvaro Morata, Youssouf Fofana e Strahinja Pavlovic non offrirono il contributo atteso, mentre l’acquisto di Santiago Giménez arrivò soltanto durante la gestione successiva.

Anche sul piano della leadership societaria il Milan appariva meno compatto, con frequenti tensioni interne e una struttura dirigenziale che, secondo molti osservatori, non riuscì a sostenere adeguatamente l’allenatore.

La rinascita al Lione

Dopo l’esperienza milanista, Fonseca è tornato in Francia per guidare il Lione.

L’inizio è stato complicato, anche a causa della lunga squalifica ricevuta nel marzo 2025 dopo il duro confronto con l’arbitro Benoît Millot.

Con il tempo, però, il progetto ha preso forma. Il Lione ha costruito una lunga serie di vittorie consecutive, chiudendo il campionato al quarto posto e conquistando l’accesso ai preliminari di Champions League, mentre i tifosi hanno persino dedicato uno striscione di ringraziamento al tecnico portoghese.

Una dimostrazione di quanto la continuità possa incidere sulla riuscita di un progetto.

Amorim riparte da basi diverse

È proprio da questi insegnamenti che il Milan sembra voler ripartire con Ruben Amorim.

Il nuovo allenatore condivide con Fonseca la volontà di proporre un calcio offensivo, organizzato e propositivo, ma questa volta il club ha cercato di costruire un contesto differente.

Dopo settimane di riorganizzazione interna, Cardinale ha assunto un ruolo molto più presente nella quotidianità del club, partecipando alla presentazione del tecnico, seguendo da vicino il raduno estivo e mostrando una vicinanza costante alla squadra.

Parallelamente, Amorim ha ottenuto un peso decisionale molto più ampio nella costruzione del progetto tecnico, riducendo il rischio di incomprensioni tra allenatore e dirigenza.

Anche il mercato ha inviato segnali importanti, con investimenti rilevanti già nelle prime settimane dell’estate per rinforzare la rosa.

Il Milan vuole imparare dagli errori del passato

L’esperienza di Fonseca rappresenta oggi una lezione per tutto l’ambiente rossonero.

Il tecnico portoghese ha probabilmente commesso diversi errori, ma il suo progetto è stato anche ostacolato da un contesto che non gli ha consentito di lavorare con continuità.

Per evitare che la storia si ripeta, il Milan ha scelto di costruire attorno ad Amorim una struttura più solida, una maggiore unità d’intenti e un sostegno più evidente da parte della proprietà.

Resta ora il passaggio più difficile: concedere tempo al nuovo allenatore. Perché, come insegna proprio il caso Fonseca, una rivoluzione tecnica e culturale non può essere giudicata soltanto dopo poche settimane, ma necessita di fiducia, pazienza e continuità per trasformarsi in un progetto vincente.

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