Federico Aldini, presidente dell’Ordine degli architetti milanesi, ha commentato la scelta di porre il vincolo su San Siro
Federico Aldini, presidente dell’Ordine degli architetti milanesi, ha commentato la scelta di porre il vincolo su San Siro. Le sue dichiarazioni al Corriere di Milano:
“La tutela è legittima, ma azzera ogni sforzo progettuale per l’area, condannandola alle sue contraddizioni. Siamo amareggiati e preoccupati perché senza i due club mancano le risorse e non si può pensare che siano gli operatori privati del residenziale gli unici a gestire un quartiere che più di molti altri necessita di interventi. Non doveva succedere. Bisognava arrivare più preparati al Dibattito pubblico: la precedente Soprintendenza poteva dare un parere prima e il Comune doveva sollecitarlo, prevedendo già soluzioni alternative. Invece sembra che il Dibattito sia stato inutile e che i progetti del cosiddetto Mosaico San Siro, sulla ricucitura di un quartiere diviso, degradato e pieno di contraddizioni non abbiano avuto alcun peso sulla decisione. Mi spaventa che ci sia chi parli del risparmio di CO2, senza capire che è stato creato un mostro…
Come se costruire altri due stadi al di fuori di un’area condivisa e da sempre codificata come Cittadella dello sport milanese, dove era appena arrivato anche il metrò, avesse minori effetti ambientali. Quali funzioni ospiterà lo stadio? I concerti sono contestati dai residenti, la struttura ha problemi di stabilità e parti inagibili con costi di 10 milioni l’anno insostenibili per il Comune… E c’è anche chi gioisce. Ma chi può finanziare un’operazione di tale portata? Capisco il valore sentimentale del Meazza ma se stessimo parlando dell’ospedale di Niguarda, si sarebbe agito allo stesso modo? Esistono esigenze del futuro, certi sacrifici vanno fatti. I club hanno spiegato perché per loro il restauro era un’opzione non percorribile. Semmai si poteva provare a fare maggiore pressione con progetti più strutturati di quelli presentati, ma va detto che esistono stadi di maggior rilievo architettonico. La Soprintendenza poteva valutare meglio, considerando anche l’equilibrio di danni e benefici all’intero sistema città: il destino dello stadio, di fronte a un quartiere, passa in secondo piano…”.

